«Bella una serpe con le spoglie d’oro
dentro nel petto mio girò e s’avvolse
altro non vo’ da te, altro non bramo
sol che m’amaste voi, quanto io v’amo»
(rispetto popolare toscano)

Premesse per un progetto musicale 

È dai versi di un intenso rispetto, riproposto dal canto di Caterina Bueno che prende spunto La Serpe d’Oro, formazione musicale dedicata alla ricognizione e alla rielaborazione del repertorio dei canti popolari toscani.

Terra di grande identità culturale, la cui prima definizione si compie a partire dal Medioevo grazie alla tutt’altro che pacifica civiltà comunale, la Toscana presenta un vasto e, alla fine, non troppo conosciuto, repertorio di canzoni afferenti a quella cultura sommersa (la definizione è gramsciana) alimentata di rivendicazioni sociali, dissidi amorosi, racconti dolenti, rappresentazioni licenziose, per un insieme d’istanze complesse e che formano un immaginario tanto potente quanto ineffabile. Se, infatti, il secondo Novecento ha provveduto a confezionare un profilo rassicurante dell’umor toscano (in virtù, soprattutto, d’una comicità assurta ad autentico genere in ambiti espressivi o mass-mediatici quali teatro, cinema, musica e televisione), tale spirito, a proposito del quale si sono compiuti studi in ambito sia etnologico sia letterario, è in realtà qualcosa di assai più articolato e affascinante rispetto a ciò che si vede rappresentato.
Son sufficienti poche parole di Curzio Malaparte per restituire a un certo tipo di riconoscibile umorismo tutta la sua ineluttabile complessità:

[…] dove e quando gli altri piangono, noi [toscani] ridiamo, e dove gli altri ridono, noi stiamo a guardarli ridere, senza batter ciglio, in silenzio: finché il riso gela sulle loro labbra. […] Basta l’apparizione di un toscano, perché una festa, un ballo, un pranzo nuziale, si mutino in una triste, tacita, fredda cerimonia. Un funerale al quale prenda parte un toscano, diventa un rito ironico: i fiori si mettono a puzzare, le lacrime si seccano sulle gote, le gramaglie cambian colore, perfino il cordoglio dei parenti del morto sa di beffa»
(Maledetti toscani, Firenze, Vallecchi, 1956, pp. 1-2).

Nell’articolato ambito della musica popolare italiana, se, in alcune regioni, il repertorio è strettamente legato a importanti tradizioni di musica da ballo (valga su tutti l’esempio della tarantella, nelle sue più varie declinazioni tra Salento, Campania e Sicilia), la Toscana, pur non essendo priva di tresconi, frullane e gighe, individua proprio nel repertorio dei canti (e, in genere, nella componente verbale intesa in chiave sia testuale sia orale: si pensi alla poesia estemporanea in ottava rima, o alle forme teatrali dei maggi e dei bruscelli) una sua specifica forma espressiva in grado di sedimentare narrazione e memoria a partire dal medioevo sino al Novecento.

In questo senso, lavorare sul repertorio dei canti popolari toscani, eludendo il rischio di una riproposizione edulcorata, bucolica o addomesticata, rappresenta un sfida da affrontare sia nella scelta dei brani con cui confrontarsi (effettuando una crestomazia ragionata del materiale a disposizione) sia, soprattutto, in ambito sonoro, nella più profonda convinzione che la musica popolare vada non conservata in senso museale, bensì saputa interpretare e, all’occorrenza, tradire proprio per cercare una ben più profonda forma di autentica fedeltà.

Utilizzare strumenti acustici da affiancare a suoni elettrici, mescolando istanze di arrangiamento è, dunque, una delle sfide raccolte da La Serpe d’Oro, grazie alle esperienze individuali dei musicisti alla base del progetto.

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